Tra Sacro e Profano
Le festività della comunità Antillese
La penetrazione religiosa nell’alta Valle d’Agrò avvenne certamente prima dell’anno Mille. Ad Antillo, la tradizione popolare ci ha tramandato l’esistenza di due antiche chiese poste in contrade frontestanti e denominate dai toponimi delle due località: chiesa di Schia e chiesa di S. Giorgio. Purtroppo, di entrambe, adesso non rimangono che pochi ruderi. La Chiesa madre, invece, situata tuttora al centro del nucleo abitato, venne edificata, per la prima volta, alla fine del 1600 con la partecipazione attiva della popolazione rurale del casale e dalla seconda metà del ‘700 venne consacrata a S. Maria della Provvidenza. La grande spiritualità e devozione della comunità antillese persiste tuttora ed è testimoniata dalla grande e sincera partecipazione dei fedeli in occasione delle festività religiose che durante l’anno si celebrano ad Antillo. Ovviamente oltre alle feste di S. Rita, della Sacra Famiglia e di S. Antonio, particolarmente attesa da residenti ed emigrati è la festa in onore della Patrona, S. Maria della Provvidenza in cui continuamente la componente religiosa si fonda armoniosamente con elementi folcloristici come le caratteristiche acclamazioni: “Evviva, Evviva S. Maria di la Pruvvidenza/e cu ‘cchiù beni la voli ‘cchiù forti la ‘gghiami/Evviva la Gran Signora Maria”, gridate a squarciagola, ininterrottamente, dai fedeli che si assumono l’estenuante, ma ambito incarico di portare “a spalla” la Vara con il Simulacro lungo l’intero percorso della Processione che attraversa le principali arterie del paese.
Accanto alle festività religiose il popolo antillese, da secoli, ha anche coltivato antiche tradizioni popolari come il Carnevale di Antillo con la tipica maschera del “pícuraru”, testimonianza evidente ed inconfondibile della spiccata tradizione silvo-pastorale del territorio. Ridare vita e dignità a questa remota tradizione popolare consente non solo di gettare un fascio di luce sulle origini oscure e misteriose della maschera antillese e sugli elementi caratteristici del suo pittoresco travestimento, ma anche di indagare la valenza simbolica del cerimoniale carnevalesco inscenato dai pícurari per le vie di Antillo. Sopravvissuto al declino della società agropastorale di cui è eloquente espressione, il tipico mascheramento del picuraru rivela il desiderio della comunità di disporre di una festa destinata allo sfogo, alla trasgressione e all’assunzione di un'identità "altra" da sè. In tal senso l'inquietante figura del picuraru incarna in modo esemplare la contrastante ambivalenza uomo-animale, dando corpo ai racconti popolari sulla simbiosi tra uomo e animale, sugli animali che si umanizzano e/o sugli uomini che si trasmutano in bestie.
Galleria Fotografica









Scrivere un articolo sull’antico mestiere del calzolaio è stato per me naturale, in quanto mio padre Agatino Smiroldo è stato l'ultimo dei calzolai del nostro paese. Ha cominciato a interessarsi a questa attività all'età di 14 anni, apprendendo l'arte dal signor Saglimbeni a S.Teresa di Riva e da Vincenzo Sturiale ad Antillo. Emigrato in Argentina nel 1950, ha lavorato in una fabbrica di scarpe, e lì ha affinato il mestiere. Dopo qualche anno, tornato ad Antillo, forte dell'esperienza acquisita, nonostante la concorrenza, non ha avuto difficoltà ad avviare la propria attività. Nel paese,